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Evgeny Morozov: "Il vero lusso? Vivere disconnessi dalla Rete" CAMOGLI (GENOVA) - Essere fuori campo, dover rinunciare a Internet, non essere connessi è tra le maggiori paure dei nostri giorni. Il free wi-fi è diventato il passepartout per una giornata felice. Ma forse il vero lusso non è più navigare ovunque, ma disconnettersi, abbandonare la Rete. È questa la tesi con cui Evgeny Morozov, politologo e giornalista bielorusso trentatreenne che da anni scrive di new media, è arrivato al Festival della Comunicazione (diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer), in programma fino a domani a Camogli. Morozov vive negli Stati Uniti, dove sta terminando un dottorato ad Harvard, ma la "favola della Silicon Valley", come la chiama lui, non lo convince. Eppure i suoi occhialetti alla Steve Jobs potrebbero trarre in inganno. Non è l'unico qui a Camogli a sferrare qualche colpo all'ottimismo dominante. Mr. È una questione di tempo libero? Internet però è gratis e sta rivoluzionando il modo di accedere alla conoscenza.

Quali saranno le conseguenze? Nessun singolo individuo è in grado di controllare un dispositivo tecnologico. Pensare la tecnologia è possibile solamente a partire da una posizione svantaggiata. La tecnologia, sviluppata dall’uomo per allontanare il panico vissuto nell’oscurità della notte, il pericolo degli animali selvaggi e la violenza della natura, è a sua volta opaca, a volte incomprensibile, aliena al proprio creatore e instaura un secondo ordine, questa volta artificiale, di panico. Carlo Mazzucchelli intervista Nicola Giusto, esperto di strategie digitali e brand marketing, attualmente ricercatore presso l’Università Ca’ Foscari e docente alla Laurea in Web Marketing e Digital Communication dello IUSVE. Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero?

Puoi farlo scrivendo a questo indirizzo. Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Adolescenti solitari e depressi, è la gioventù bruciata della generazione iPhone. A New York, dove Broadway incontra Columbus Circle e il Trump International Hotel che, infine, i contestatori si son stancati di picchettare, una giovane coppia attraversa di buon passo, con due bimbi. Lei, vestitino rosa, forse quattro anni, cammina con gli occhietti fissi allo schermo di un cellulare dove scorre Winnie the Pooh. Il fratellino di due anni sul passeggino, serissimo, è immerso su un altro iPhone. La madre ride «A casa si arrabbiano con la tv, passano la mano sul video scambiandolo per un iPad e si scocciano perché non mutano le immagini».

L’ilarità della signora mi colpisce, perché tra pochi giorni uscirà in America «iGen», saggio della psicologa Jean Twenge, docente a San Diego University, e mentre ne leggo le bozze la rivista Atlantic anticipa un capitolo, buttando nella costernazione milioni di genitori. E di chi è, secondo Twenge, la colpa di questa epidemia di solitudine, frustrazione e nevrosi nella generazione 13-19 anni? Come se ne esce? Alcuni diritti riservati.

Il fondatore di Twitter: "Internet non funziona più. E scusateci per Trump" Che lo avesse intuito, lo dimostra una parabola pressoché unica, nel mondo senza pause della Silicon Valley: la fondazione, nel 1999, della piattaforma «Blogger», una delle prime a consentire a chiunque di poter scrivere, e pubblicare, in Rete; il lancio, nel 2006, di Twitter; la creazione, nel 2012, di Medium, piattaforma minimalista e «controcorrente» (solo parole, pochissime immagini: nell'era di Instagram e Snapchat). Ma leggere, sul New York Times, lo sfogo di Evan Williams fa impressione: perché l'intuizione viene posta in termini espliciti, con poche possibilità di fraintendimento. Eccola, dunque: «The Internet is broken», Internet non funziona più. Williams ne è convinto da anni (e per questo ha fondato Medium), ma «le cose continuano a peggiorare».

Facebook usata per trasmettere omicidi; Twitter in preda a orde di troll; la diffusione di «fake news» con modalità e rapidità inedite. Il punto, spiega, è che Internet «premia gli estremi. Cyberbullismo, 5 consigli per i genitori - Wired. Che cos’è il machine learning Così i computer diventanto intelligenti. La prossima rivoluzione, secondo la maggior parte degli esperti, arriverà grazie all’intelligenza artificiale (AI). Anzi, sta già arrivando, come dimostra la giornata organizzata a Milano da Google Italia per parlare di machine learning, una delle discipline della AI.

Molti ricercatori stanno studiando i meccanismi e le tecniche di riconoscimento vocale, le reti neurali, gli algoritmi per il riconoscimento delle immagini e altro ancora. I risultati si possono già toccare con mano in applicazioni di uso comune, come Google Traduttore che mostra il significato di parole in lingua straniera che riesce a identificare in una foto scattata da un utente. Online potete giocare con gli A.I. Machine learning, che cos’è? Il machine learning è una categoria della scienza informatica che dà ai computer l’abilità di imparare senza che siano stati esplicitamente programmati.

Le macchine come imparano? È un cane o un gatto? Che cosa succederà nel futuro? Serbia: propaganda e controllo corrono sul web / Serbia / aree / Home - Osservatorio Balcani e Caucaso - Transeuropa. Attacchi informatici, sorveglianza digitale e sofisticate tecniche di propaganda computazionale caratterizzano sempre più internet. Il caso serbo in un'intervista a Vladan Joler, direttore di Share Foundation Il 12 marzo scorso, nel giorno in cui si celebrava il 28° compleanno di internet, Tim Berners-Lee, co-inventore del web, ha pubblicato sul sito della World Wide Web Foundation una lettera aperta su come internet stia evolvendo e ha espresso le sue preoccupazioni su alcune tendenze che, secondo l’autore, stanno tradendo la promessa originaria di internet come di uno spazio aperto, plurale e democratico dove tutti possono condividere informazioni e collaborare senza frontiere.

Se, soprattutto dopo le ultime elezioni americane, l'impatto di queste tecnologie sui risultati elettorali è oggetto di dibattito, ciò che è certo è che esse stanno contribuendo a cambiare il concetto stesso di sfera pubblica e le modalità di costruzione del consenso. Democrazia online: come i governi stanno passando al digitale - EuroparlTV. In a world where you can shop, bank and even earn degrees online, why is internet voting still rare? MEPs want to encourage governments to make the best of digital tools to boost democratic processes. Transcript: <! -- Si no hay js activado llamamos a este metodo --> On average, it takes 90 seconds to vote online, and anywhere from 30 minutes or more if you need to travel to vote in person.

In a world where you can hail a cab, bank and even earn degrees online, how come internet voting is still rare? Estonia is a pioneer example. One Estonian out of three casts their ballot online. On average, it takes 90 seconds to vote online, and anywhere from 30 minutes or more if you need to travel to vote in person. Come memorizzare un film nel dna - Wired. Irrinunciabile smartphone. "Ma i divieti non servono" Lavoro, assunzioni e formazione passeranno dalla realtà virtuale. In alcuni contesti è già realtà. Dal 2014, per esempio, il training degli operai delle piattaforme petrolifere viene effettuato da molte aziende con l’ausilio della realtà virtuale, quindi di una simulazione immersiva a tutto tondo, non fatta con Power Point. A seguire è arrivata la sanità, con i medici che sperimentano tecniche di intervento nuove grazie alla VR, la “virtual reality”, e poi l’industria estrattiva, per il training sulla sicurezza. I risultati sono molto buoni: una volta studiata la teoria con manuali e slide, ecco che la realtà virtuale dà la possibilità di vivere in prima persona un’esperienza del tutto simile a quella reale, aiutando anche la memorizzazione delle informazioni teoriche.

L’alto costo delle apparecchiature ha rappresentato fino a ieri un ostacolo nell’implementazione di percorsi di training attraverso la realtà virtuale. Ma le cose stanno cambiando in fretta. Vediamo qualche esempio concreto. Ci sono controindicazioni? © Riproduzione riservata. Le reti neurali di Google Brain hanno imparato da sole a nascondere i segreti, cifrandoli. I computer di Google hanno imparato a proteggere i propri messaggi da occhi indiscreti, compresi quelli degli esperti umani che li istruiscono.

Un esperimento di deep learning condotto dal team di ricerca di Google, noto come Google Brain, ha dimostrato che una rete neurale artificiale può apprendere autonomamente a nascondere il contenuto dei propri messaggi durante le sue interazioni comportamentali. Basato sulla comunicazione di tre diverse reti neurali, soprannominate Alice, Bob ed Eve, appositamente istruite a comunicare fra di loro, il progetto ha dato risultati strabilianti. Reti neurali: computer che imparano da soli Nell’esperimento degli scienziati di Google Brain la rete Alice doveva inviare un messaggio segreto alla rete Bob.

Bob doveva decodificare il messaggio e una terza rete, Eve, doveva cercare di intercettarlo. I messaggi tra Alice e Bob sono risultati inaccessibili a Eve. È ancora presto per dire cosa accadrà Cosa fa Google Brain. Giornalismo online: i lettori preferiscono i long form ai video. I video coinvolgono i lettori? No, a generare il maggior engagement sono i cosiddetti long form. Ovvero i contenuti più lunghi, composti da almeno mille parole. A dirlo è l'Authority report, uno studio delle performance dei media digitali realizzata da Parsely, azienda newyorchese che si occupa di analizzare la risposta del pubblico agli articoli pubblicati on line.Stando al rapporto, realizzato prendendo in considerazione contenuti pubblicati tra il dicembre del 2014 e lo stesso mese dello scorso anno, nonostante siano stati a lungo indicati come la panacea di ogni male per l'editoria on line, i video risultano essere la soluzione peggiore per generare engagement.

Ovvero interazioni del lettore con la pagina, ad esempio cliccando o scrollando. Cosa che avviene con un tasso del 30% inferiore rispetto ai contenuti cosiddetti normali. . © Riproduzione riservata. Blog: ribalta il contenuto per ottenere la massima efficacia. MediaMente: "Internet e l'educazione: la necessità dell'individuo di pensare criticamente" Domanda 1 Poiché Lei ha scritto un libro sulle comunità virtuali, può darci delle chiarificazioni sulla loro natura sociale?

Risposta Il libro, ora disponibile anche in traduzione italiana, prende il titolo di Le comunità virtuali. Il libro descrive persone che, come me e come tante altre nel mondo, non utilizzano Internet solo per trovare o pubblicare informazioni ma comunicano tra di loro utilizzando la tastiera; da ciò nascono lunghe discussioni. I temi che si trattano possono essere di diversa natura: possono riguardare la politica, oppure problemi privati di ognuno; sono migliaia i soggetti sui quali discutere.

L'importante è che queste persone possano comunicare tra di loro attraverso Internet per arrivare a conoscersi, anche se non si sono mai incontrate nella vita reale; questo è ciò che io chiamo una comunità virtuale: un gruppo di persone che comunicano tramite Internet per un certo periodo di tempo. Domanda 2 In che modo le comunità virtuali si differiscono da quelle reali? [Letture] Perché la rete ci rende intelligenti / Howard Rheingold | Social media curious. Rheingold è un nome che dice sicuramente qualcosa a chi si occupa di community, se non altro perché é lui che ha inventato il termine “comunità virtuali”.

Pubblica per Cortina il suo ultimo saggio dal titolo “Perchè la rete ci rende intelligenti” (Perché la rete ci rende intelligenti / Howard Rheingold ; edizione italiana a cura di Stefania Garassini, Milano : Raffaello Cortina, 2013, 416 p. 28€) il cui titolo rimanda al testo di Carr “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello”. La critica che Rheingold muove a Carr e, più in generale, a tutti gli esponenti del determinismo tecnologico riguarda lo sminuire il fattore umano perchè, di fatto, le tecnologie sono centrate sull’uomo. In questo senso ci invita alla pratica dell’infotention, il neologismo che crea per descrivere il legame mente-macchina e il complesso di competenze mentali sull’attenzione e i filtri tecnologici sull’informazione. Citazione del cuore:(Rheingold sugli smartphone) Like this:

Digital in 2017: analizziamo il report di We Are Social e Hootsuite. Siamo ormai agli sgoccioli di questo lunghissimo e freddissimo gennaio, primo mese di un 2017 che già ha saputo regalarci “tante emozioni” dal punto di vista social e non. Ed ecco che puntuale come un orologio svizzero, arriva il report Digital in 2017, l’ultima edizione della famosa raccolta dati che fotografa il punto della situazione del digital nel mondo, promossa dall’agenzia creativa We Are Social e da Hootsuite, la piattaforma di gestione e ottimizzazione dei social network.

Anche quest’anno, in Digital in 2017, c’è veramente tanta tanta “ciccia” da assaggiare, ma andiamo per ordine cercando di estrapolare alcuni dei punti saldi dai dati che potete trovare nel report. In primis, possiamo notare come a livello globale uno dei capisaldi degli ultimi anni, lo smartphone, sia sempre più leader a livello globale, e come stia cambiando il rapporto con l’eCommerce. In particolare possiamo notare come [tratto dal sito di WeAreSocial]: “Social media, mobile, ma anche fruizione di video. Digital in 2017: in Italia e nel Mondo. Oggi è un giorno importante per la comprensione del comportamento delle persone nello scenario digitale, perché - come ogni anno - è arrivato il giorno in cui pubblichiamo il nostro report: Digital in 2017 è figlio della collaborazione tra We Are Social e Hootsuite, e assume un’importanza ancora maggiore rispetto al passato, visto che oggi più della metà della popolazione mondiale accede regolarmente a internet.

A corredo dei (tantissimi) dati che trovate nel report, ci sono una serie di conclusioni utili per comprendere ancora meglio che implicazioni questi hanno sui business, e sulla società in generale, e sottolineano - ancora una volta - quanto velocemente stia cambiando lo scenario, grazie a un accesso alla rete sempre più diffuso, capace di avere un impatto decisivo sulla vita delle persone. Sono passati solo 25 anni da quando Tim Berners-Lee ha resto il World Wide Web accessibile a tutti, e, in questo lasso di tempo, internet è diventato una parte fondamentale delle nostre vite. Buonanotte Smartphone: i dati di MEC sui giovani e gli smartphone - Edumediacom. Lunedì, 26 dicembre 2016 17:22 enrico Buonanotte Smartphone: una riflessione sui dati raccolti da MEC sui giovani e l’utilizzo degli smartphone e dei social media Il 20% dei bambini dagli otto ai dieci anni può portare lo smartphone in camera; la percentuale sale al 61% dagli 11 ai 14 anni.

Si dà il bacino alla mamma o al papà, ma dopo, alcuni bambini, e molti ragazzini possono comunque rispondere all’ultimo messaggio su whatsapp o condividere un’ultima fotografia della giornata. E continuare a rispondere, se non hanno sonno, e continuare a stare on line. A fare cosa? Con chi? E da questi dati e dalle informazioni che contengono partono i laboratori e gli interventi coi ragazzi, come ad esempio il prossimo appuntamento a Gemona del Friuli “Whatsapp: kit di sopravvivenza” in occasione dell’internet Day del 29 Aprile.

Ecco alcuni dei più significativi, rimanendo nella fascia 11/14 anni: Alcune brevi considerazioni: due anni fa il Social Media più utilizzato era Facebook. Facebook e WhatsApp: ecco cosa fanno gli italiani su internet - Wired. Le principali app (su Android)