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Vi racconto...

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Vi racconto la Zattera della Medusa… “La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l’ottava i fantasmi della follia, la nona è la carne e la decima è un uomo che mi guarda e non uccide. L’ultima è una vela. Bianca. All’orizzonte.” Una cantilena che scandisce come un rosario Il ventre del mare di Alessandro Baricco, un fiume di immagini e di pensieri di due naufraghi della Medusa, la fregata francese in navigazione verso l’Africa, arenatasi su un banco di sabbia al largo del Senegal il 2 luglio 1816.

Quello della Medusa è un racconto tragico, la cronaca drammatica dei dodici giorni di deriva della zattera allestita per i 147 naufraghi che non avevano trovato posto nelle scialuppe. Una zattera di 20 metri per 7 con una vela ingovernabile e pochi viveri a bordo. E in quelle interminabili ore, stipati, affamati e terrorizzati, gli uomini si trasformarono in belve. Ma ancora Théodore non è contento. Vi racconto la Torre Eiffel | DidatticarteBlog. Simbolo di Parigi per eccellenza, è il perfetto connubio tra arte e tecnica. Manifesto del progresso e della grandeur francese dell’Ottocento, la torre fu concepita dall’ingegnere Gustave Eiffel per il centenario della Rivoluzione Francese nel 1889, anno nel quale si svolgeva nella capitale l’Esposizione Universale.

Ma il monumento che oggi ammiriamo incondizionatamente ci mise molto tempo per essere digerito dagli intellettuali parigini. E sui giornali fiorirono le caricature di Monsieur Eiffel con il suo giocattolone… Poverini… ancora non si erano ripresi dagli sventramenti urbani operati a metà secolo dal Barone Haussmann (che avevano cancellato buona parte della Parigi medievale per far posto ai boulevard) che si ritrovano con un nuovo colpo inferto al cuore della città! Ma cos’ha di così mostruoso un oggetto che ai nostri occhi appare elegante, slanciato e trasparente?

Non c’è decoro, non c’è stile… come poteva l’epoca del Neogotico accettare un simile ammasso di ferraglia? Vi racconto Marat… Domenica 13 luglio 1793. Vigilia del quarto anniversario della presa della Bastiglia. Un uomo giace riverso nella vasca da bagno con una ferita mortale al costato. Nella mano sinistra tiene una lettera, nella destra una penna a contatto con il pavimento.

L’avete riconosciuto, no? È il famoso Marat che Jacques-Louis David rappresentò in un celebre dipinto subito dopo il feroce assassinio. Ma chi era questo Marat? Il suo nome era Jean-Paul, era nato in Svizzera nel 1743 da padre sardo (tale Giovanni Mara) e faceva il medico. Ma andiamo indietro di due giorni prima del 13 luglio, quando una giovane girondina (della corrente avversa ai Giacobini) proveniente da Caen, in Normandia, arriva a Parigi. Ha capelli lunghi ed ondulati e profondi occhi azzurri. Ha già deciso: Marat deve morire. Cerca di mettersi in contatto con un deputato della sua stessa fazione per avere notizie sull’eventuale presenza di Marat all’assemblea della Convenzione. Scatta il piano B. Sono le 11:30. Il trucco funziona.